La libertà è come un calzino spaiato

Mio padre me lo diceva sempre “sei come un calzino spaiato, nessuno può legarti a qualcosa se tu non lo vuoi.” Dovrò dargli ragione alla fine, ma io quando ho iniziato a scegliere non lo sapevo, sentivo solamente la pressione dell’unicità che queste parole portano con loro.

Parole dispettose: si sa come escono da una parte, ma non si può prevedere come arrivino dall’altra. Un po’ come il nome che i miei genitori mi diedero 20 anni fa, mi illudevo che fosse stato scelto in onore della zia Austen (di cui romanzi ho piena la libreria), ma ormai sono persuasa del fatto che io debba il mio appellativo all’onore di un’altra Jane, Fonda, eroina di Madre che ha avuto il merito di rimetterla in forma dopo la gravidanza senza dover sperperare nemmeno un centesimo in palestra.

Che bella donna è sempre stata madre, maestra di Yoga e Caronte delle anime perse nell’oblio della quotidianità frenetica grazie al suo secondo lavoro da personal coach. Padre, scrittore di viaggi per professione e bravo in qualsiasi cosa si cimenti. Davvero, qualsiasi. La strada per me era solo una, diventare anche io unica, speciale. Bambina arrivata dopo anni di tentativi sono stata il loro piccolo miracolo. E così mi hanno sempre fatta sentire. Sono fortunata, sono stata amata, talmente tanto che ho avuto paura di perderlo quell’amore e così non mi sono mai chiesta dove stessi andando, seguendo la rotta che mi si faceva trovare davanti.

Io però ho portato l’apparecchio a undici anni, a quattordici gli occhiali perché la miopia iniziava ad avanzare e a sedici, dopo tre anni di artistico, riuscivo a malapena ad inventare una natura morta che potesse strappare la sufficienza alla fine dell’anno. Non ho mai avuto orecchio musicale, scrivo solo la lista della spesa e bè, lo yoga l’ho provato ricavando una lieve frattura all’osso sacro che quando vado in palestra con le amiche ancora mi duole. In un’unica cosa sono sempre stata brava: i numeri. Loro accettano tutti, non solo le persone speciali, basta seguire le regole e non ti deludono, mai. Per questo quando mio padre mi regalava l’insostenibile leggerezza dell’essere io tornavo in libreria e lo scambiavo con analisi matematica due.

Li vedevo lanciarsi sguardi preoccupati in cucina mentre io rimanevo chiusa in camera a divertirmi con le equazioni invece che finire il progetto di design per la scuola e chiedersi dove avessero sbagliato. A volte certe cose per saperle non bisogna mica sentirsele dire. Basta uno sguardo per bloccarti e tu continui a seguire la corrente senza farti domande, perché accontentare gli altri a volte è più semplice. E io mi sono lasciata trasportare, fino al primo anno di università in beni culturali, quando durante la lezione di antropologia visiva il telefono squillò per l’arrivo di una e-mail.

Avevo fatto una cosa di impulso, probabilmente per la prima nella mia vita, e adesso, davanti a quelle poche parole scritte dovevo scegliere. Potevo continuare ad essere la Jane che gli altri avevano immaginato, oppure diventare quella che portava il proprio nome solo in onore di sé stessa.

Adesso sono sul treno che porta verso casa, per fortuna Pavia dista poche ore dalla villetta ecosostenibile dei miei genitori. Aver fatto tutto in fretta non mi aveva preparato al terrore che avrei provato davanti alla loro porta chiusa. Giro la chiave nella toppa ed entro senza far rumore, seguendo la leggera musica rilassante che aleggia nel salotto. Io li vedovo, loro no. Forse non è cola di nessuno, forse sono io che non mi sono fatta mai guardare veramente.

«Mamma, papà … ho passato il test di ingegneria!»

Madre cade dalla posizione del cane a tre zampe che stava mantenendo sul tappetino e alza la testa stordita, padre si volta di scatto e quasi fa cadere uno dei suoi bonsai preferiti.

«Tesoro… cosa ci fai qui?»

Poso la valigia a terra e li fisso. 

«Ho passato il test di ingegneria… frequenterò l’indirizzo di informatica al politecnico a partire da questo settembre.»

Madre boccheggia. «Fermi tutti …e belle arti? Cosa ne è stato… come hai fatto a passare… ma quando hai…»

«Mamma respira. E guardami.» Le dico lentamente. «Lo so che non ve lo aspettavate, ma io ho capito che non posso continuare a fare qualcosa che non mi piace, per cui non mi sento portata.»

Ho avuto paura. Quando ho visto idoneo scritto sull’e-mail un brivido di terrore ed eccitazione mi ha paralizzato. Non è stato semplice, il pensiero di doverlo dire ai miei genitori mi ha fatto vacillare. Sopporto tante cose, ma la delusione, quella mi schiaccia come un macinio.

«Tesoro». Padre posa lo spruzzino per innaffiare il bonsai e mi si avvicina.

«No papà, so cosa stai per dire…»

«No, non lo sai.» E mi abbraccia. Nessuno sguardo disilluso, nessuna ramanzina. «Noi siamo contenti se tu sei felice, anche se questo vuol dire rimanere per tutta la vita a programmare davanti a un computer.» Mi dice ridendo e io, anche se penso di essere ormai troppo grande, inizio a piangere.

La mia libertà era a portata di mano, ma ho dovuto rendermene conto ed afferrarla da sola. Alla fine, aveva ragione papà, sono sempre stata un calzino spaiato, solo che finalmente adesso posso essere il mio.

_Giuls

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