Bianca Marconero – Intervista

La scrittrice di Non è detto che mi manchi uscirà a Luglio con un nuovo libro, Stand by me. Nel frattempo, risponde alle nostre domande

Bianca Marconero è lo pseudonimo con cui firmi i tuoi romanzi. Come mai hai scelto di utilizzare uno pseudonimo e da dove nasce questo nome?

Io ho un nome che mi piace ma un cognome difficile da ricordare perché ne esistono varie forme e, a seconda della prevalenza, in certe zone geografiche viene storpiato. Visto che una delle preoccupazioni degli esordienti è essere “ricordato” nel 2013 mi misi a pensare a un alias. Ho una figlia che si chiama Bianca Maria e un figlio che abbiamo chiamato Marco Nero, ho composto così il mio pseudonimo.

Fra i tuoi romanzi, quello che ci ha colpito di più è stato “Non è detto che mi manchi”; come hai avuto l’idea di far avvicinare due mondi tanto distanti come quello di Fosco ed Emilia? (p.s. non vogliamo fare spoiler, mi limiterò a dire wow per i colpi di scena del finale)

In realtà nel romance non è inconsueto usare come reagenti una persona famosa e una la cui vita ha parametri più comuni. Ho scelto che quella famosa fosse Emilia. Mi affascinava l’idea di entrare nella testa di una persona che manda avanti il proprio aspetto esteriore perché, di base, ha problemi di autostima. Il titolo originale del libro era infatti Instagirl che concentrava lo storytelling su una sorta di doppia valenza: Emilia non è solo una ragazza che si fa le foto, Emilia crede di essere destinata a durare un istante. Per quello che riguarda Fosco, è stato divertente trattarlo secondo un clichè che nei rosa viene spesso riservato alle protagoniste femminili. Io le chiamo le cripto-belle, quelle con gli occhiali e i maglioni larghi che poi si truccano, si mettono in tiro e lasciano tutti di stucco. Fosco è esattamente come loro: un bellissimo ragazzo nascosto dietro un paio di occhiali. Per quello che riguarda il suo background ho scelto la programmazione ma lo percepisco come un narratore. Fosco vuole raccontare storie è questo l’aspetto dei videogiochi che lo esalta. È frustrato per non aver finito il suo gioco A Knight Tale, di ispirazione cavallersco-arturiana. E ogni riferimento alla mia personale frustrazione per non aver finito la saga di Albion, di ispirazione cavalleresco arturiana, NON è puramente casuale.

Puoi raccontarci un po’ com’è iniziata la tua avventura alla Newton Compton Editore e come sei passata dal mondo della redazione a quello della scrittura creativa?

Per quello che riguarda il passaggio dal copywriting alla scrittura creativa, si è trattato di un accostamento graduale a cui è seguito un avvicendamento. Ho iniziato come copy nel 2008 e ho iniziato a scrivere Albion nel 2010. Ovvio che il primo era un lavoro e il secondo era un progetto. Ho mantenuto il lavoro, occupandomi di varie riviste e di libri per l’infanzia, mentre cercavo di trovare uno sbocco per il progetto. Quando nel 2011 arrivai a un manoscritto da proporre collezionai così tanti rifiuti da tappezzare le pareti di una stanza. E intendo una stanza grande. Nel 2012, quando nacque la Limited Edition Books e venni coinvolta per la cura editoriale delle loro pubblicazioni, Albion trovò una casa. Seguirono poi Diario di un’assassina, Ombre, Il principe spezzato e La prima cosa bella. Ho messo da parte ogni altra occupazione per la scrittura creativa solo a partire dal maggio del 2016. Da quella data al marzo del 2017 ho scritto gran parte dei miei romanzi rosa: L’ultima notte al mondo, un altro giorno ancora, ed ero contentissimo,  Non è detto che mi manchi e un maledetto lieto fine.
L’esperienza con il mio precedente editore è iniziata nel 2014, durante un reclutamento di massa.

Dal fantasy al romanzo rosa. cosa ti ha appassionato a questi due generi apparentemente così distanti tra loro?

Albion è stato un po’ l’espediente per tirare le somme  del mio percorso formativo, fino a quel momento. È un Urban Fantasy, quindi è contemporaneo, ed è uno Young adult, quindi parla di ragazzi, ma in realtà è tutto costruito sugli echi della letteratura medioevale. Si tratta di elementi così criptati e integrati che per trovarli tutti ci vuole una mappa – non a caso   con l’uscita del secondo volume Ombre, misi in circolazione anche 200 pagine di note. Lo sforzo e la sfida sono stati mettere in circolo un libro facilissimo da leggere e universale ma costruito sulla letteratura romanza, non solo perché recuperava il mito di Artù, ma perché era tutto intessuto di riferimenti alle forme letterarie delle origini e alla storia medioevale.

Il rosa, ovviamente, è tutta un’altra cosa, ma poiché io credo nel monito “scrivi di ciò che sai”, anche in quel caso le trame partono dal desiderio di elaborare alcune esperienze personali o professionali. In L’ultima notte al mondo, Marco lavora in una televisione privata come operatore di riprese, mestiere che io ho svolto subito dopo la laurea dal 2002 al 2005; In Un altro giorno ancora, i protagonisti praticano equitazione, e quel libro raccoglie tutti i miei ricordi personali, di concorsi, trasferte sul van e stagioni agonistiche. Non è detto che mi manchi e in seguito Le nostre prime sette volte e L’ultimo bacio, sono tutti ambientati nel mondo dei periodici, nei quali come dicevo in precedenza ho lavorato anche io.

Stand By me, il nuovo libro che uscirà a luglio, senza fare spoiler, cosa puoi raccontarci della storia di Gregorio e Arianna?

Sono ragazzi all’ultimo anno di liceo e mi hanno dato filo da torcere! È una storia d’amore tra due persone che all’inizio non si amano affatto. I personaggi preferiti di un autore sono quelli che, dopo che li hai impostati, raccontano da soli la loro storia. Non so quale diavolo di disturbo bipolare affligga gli scrittori ma noi viviamo sempre sulla soglia di quella porta: l’accesso al mondo che abbiamo in testa. Un po’ stai nella vita vera e un po’ dall’altra parte quindi è “normale” arrivare ad avere una sorta di rapporto con i personaggi e succede spesso che decidano loro di cambiare le trame che tu hai in mente. E devo dire che, quando Gregorio ha cominciato a raccontarsi da solo, mi ha straziato. Era oscuro e luminoso. Un personaggio molto forte. In ogni senso possibile.

Domanda dei nostri lettori: Hai un modo di dire preferito o che ti ricorda casa?

Spero non la prendiate per una cafonata, ma la parola che io preferisco è quella che i romani usano per “chi se ne frega”. E un allenamento quotidiano e un obiettivo di vita. Le cose a cui sei davvero obbligato a dare importanza sono poche, pochissime. Sulle altre è meglio esercitare il potere annullante del “chi se ne frega” da non confondere con il menefreghismo. E sono contenta di potervi dire che, a questo punto della mia vita, la mia skill “chissenefreghista” ha raggiunto un livello più che accettabile.

Giuls

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