StoryDelivery – Episodio 1

INCIPIT

Alzo gli occhi al cielo, ma quello che vedo è solo la notte inghiottire la mia piccola figura appesa nel vuoto.

«Dei ascoltatemi, per favore, ho bisogno di voi.»

Vorrei piangere, ma non posso, non potrei nemmeno appellarmi all’inconsapevolezza, perché sebbene i motivi per desistere ci fossero tutti, io sono qui. La pioggia inizia a cadere inondandomi la faccia e inzuppandomi i vestiti, sempre più scivolosi sulla roccia bagnata. Le mani erose dalla pietra lasciano un cupo alone di sangue che mischiandosi al fango bagnato rende il grigiore che mi circonda un po’ più vivido.

Quando il piede non trova l’appoggio della roccia l’oblio in cui sono finito si spalanca come una voragine. Il mio urlo rimbalza fra le pareti, spero che riecheggiando arrivi fino al cielo e venga finalmente ascoltato. Riesco, con un unico sforzo che mi contrae lo stomaco, a rimanere saldo alla parete e continuare a scalare, un passo dopo l’altro, avanzando lentamente verso l’unica possibilità di guarirla.

Quando raggiungo la cima gli occhi intorpiditi da settimane di buio rimangono feriti dalla luce improvvisa. Il sole che si riflette nell’acqua del lago verde raggiunge la mia pelle donando un po’ di sollievo ai muscoli intorpiditi. Un sentiero di pietre azzurre collega la punta dei miei piedi alla grotta dove tutte le mie preghiere potrebbero essere esaudite. Non riesco a farmi stupire dalla bellezza naturale dell’interno perché la consapevolezza di avere una sola possibilità mi riempie il cervello. Devo trovarlo. Prego gli Dei sperando che non si stufino di sentire la mia voce e che, per una sola volta, mi facciano una grazia. Un luccichio sembra rispondermi dall’angolo più lontano della grotta. Mi avvicino e lo vedo. La sua bellezza è destabilizzante, percepisco un richiamo provenire da quell’oggetto, l’attrazione è tale che il suo mistero non mi spaventa più.

«Lo faccio per te!»

Grido al vento prima di strapparlo dalle pietre.

«Ci sono riuscito e sono ancora vivo.» Mormoro. Poi un bagliore accecante che mi trascina nel nulla.

 PRIMO CAPITOLO

“I pazzi osano dove gli angeli temono d’andare” _Alexandre Pope_

Verde, ocra, rosso blu, erano i colori che si stagliavano davanti agli occhi di Alison, seduta sul ponte del fiume Achel con la punta dei piedi che sfiorava appena la pellicola cristallina e i capelli che si muovevano scompigliati da una brezza leggera; amava restare lì ammirando l’acqua limpida che scorreva lenta terminando in una piccola cascata. Si sentiva libera, desiderava continuare ad ammirare il fiume, ma il sole l’avvertiva dell’ora tarda. Si alzò sgranchendosi le braccia intorpidite dal fresco vento autunnale e si avviò verso casa. 

In una valle creata dall’incontro dei pendii scoscesi di due colline c’era la sua abitazione, fatta interamente di legno scuro e con un tetto verde sovrastato da un grande comignolo. Varcando la porta il naso le venne subito stuzzicato da un denso profumo di miele e cannella.

«Ciao mamma, hai bisogno di me per le consegne oggi?» Domandò la ragazza rubando con un dito un po’ di glassa al pistacchio.

«No tesoro, grazie. Finisco la Charlotte per la signora Blair e poi posso spegnere i forni.»

«Perfetto.» Rispose alzando le spalle e rubando un altro dolce dalla credenza. Un piccolo biscotto con un morbido cuore di mela calda allo zenzero che sprigionando un profumo di casa l’avvolgeva come in un abbraccio.

«E’ stato veramente difficile convincerti.» La rimbecco la mamma guardandola storto da sotto i grossi occhiali rotondi. La ragazza sorrise colpevole.

«Posso andare da Tali nel pomeriggio?»

Clara smise d’impastare per fissarla con un sopracciglio alzato. «Come tutti i pomeriggi, vorrai aggiungere. Sembra quasi che tu non voglia più passare del tempo con la tua famiglia.»

«Mamma.» Si irritò lei. «Sai che non è vero.» Disse schioccandole un bacio sulla guancia.

«Dato che il tuo grado di affettuosità è direttamente proporzionale alla tua voglia di fuggire hai il pomeriggio libero, però per favore … dai una pettinata a quei capelli che sei impresentabile.»

«Quante volte te lo devo dire, a loro non importa se sono spettinata.» 

«Ma a te dovrebbe!»

Alison stava già correndo per i grandi prati di Careb, la sua città, lontana dal vociare della madre, con la chioma nera scompigliata al vento e gli occhi blu che spiccavano in quella giornata d’autunno. 

La ragazza aveva perso il padre quando aveva solo tre anni e adesso abitava con la mamma e lo zio che, dopo la perdita del fratello, aveva deciso di prendersi cura di quella famiglia sgangherata aiutandole a raccogliere i pezzi. Era tanto giovane, ma anche troppo grande, abituata a farsi forza per sé stessa e per gli altri. per quello che si ricordava i suoi giochi erano scomparsi sul campo di battaglia insieme al padre.

«Buongiorno.» Una vocetta allegra riportò Alison alla realtà. Aveva corso così velocemente che si era quasi dimenticata di respirare e adesso cercava di reggersi in piedi aggrappandosi ad un pilastro della grande casa. La dimora dei Rellak, i genitori di Talila, era tanto imponente quanto innocua. Sembrava una reggia con le pareti bianche che spiccava nella natura che iniziava a tingersi di arancione. D’altronde la famiglia era una delle più facoltose di Caelum, ma la loro era una ricchezza guadagnata con il duro lavoro e per questo senza ostentazioni.

«Sei in anticipo.» Le disse Talila scostandosi per farla entrare in casa.

«Perché, ti dispiace?» Chiese stizzita. ò

«Non ho detto questo, la solita permalosa! Su entra, mio fratello ci sta aspettando e Osceàn dovrebbe arrivare a momenti.»

Entrate nella sala da ricevimento vennero accolte da pareti di un giallo acceso e un soffitto incorniciato da meravigliosi stucchi creati dalle mani di Corbin esperti, la popolazione originaria della Regione del Destino. 

Il mondo di KaFaDia era diviso in tre grandi terre: quella dei Sogni (chiamata Caelum), della Luce (Landamia) e del Destino (Dalmaria), dove per l’appunto vivevano i ragazzi. Le terre da circa undici anni si autogovernavano grazie all’aiuto di tre consigli che democraticamente realizzavano le richieste dei cittadini; questo sistema di governo era stato adottato dopo la caduta del Grande Dittatore con l’obiettivo di riportare un po’ di pace dopo i tempi bui. Sfortunatamente però questo metodo di autogoverno in molte città aveva portato ad un’anarchia tale che il potere, custodito avidamente da pochi ricchi che l’usurpavano, schiacciava la povera gente prosciugata dalle forze necessarie per ribellarsi.  

«Di nuovo qui?»

Alison non dovette voltarsi per capire chi stesse parlando.

«Qualche problema Ronny? Ci vengo in pratica tutti i giorni, dovresti esserti abituato ormai.» 

Non aveva mai visto due fratelli tanto simili nell’aspetto quanto diversi caratterialmente; entrambi possedevano una folta chioma bionda e due occhi scuri che contrastavano il chiarore della pelle, ma Talila era la bontà e la timidezza fatta persona, mentre Ronny era la reincarnazione della spavalderia e dell’arroganza. 

Le sue riflessioni vennero interrotte da una chioma verde e due orecchie leggermente a punta varcarono l’ingresso della sala prendendo posto tra gli amici. Osceàn era arrivato con il suo solito quarto d’ora di ritardo. Un ragazzino talmente magro da chiedersi come facesse a reggersi in piedi, gentile, giocherellone e premuroso, soprattutto nei confronti di Alison, la sua amica più cara. Aveva un carattere scherzoso e comprendeva sempre chi era dalla parte del male e chi del bene, dove si schierava costantemente, forse anche grazie alla sua natura da mezzelfo.

«Adesso che ci siamo tutti, possiamo continuare con i preparativi per la festa per la nostra bisnonna.» Prese il comando Talila raccogliendo da terra una lunga lista di cose da sbrigare.  «Il catering l’ho prenotato, i fuochi d’artificio presi, per la torta ci pensa tua mamma Ally, e le decorazioni per la sala da pranzo e il salone sono arrivate ieri… quindi dovremmo essere abbastanza in linea con la tabella di marcia.» Era una perfezionista e quando i suoi genitori le affidavano l’organizzazione di qualche evento pretendeva che fosse sempre tutto sotto controllo.

«Sorellina per favore rilassati …se continui così ti prenderà un infarto.» Al contrario il fratello non sembrava preoccuparsi molto spaparanzato com’era sulla poltrona di damasco blu.

«Io sono tranquillissima.» Lo rimbeccò alzando però almeno di due ottave il tono naturale della voce. «Voglio solo che sia tutto pronto e non rovinare la festa, chiedo tanto?»

I giovani si guardarono un po’ spaventati. Le feste organizzate dai Rellak erano sempre perfette, non capivano di cosa potesse preoccuparsi la ragazza, ma ogni sforzo fatto per calmarla risultava inutile se non pericoloso, per questo con il tempo avevano semplicemente imparato a lasciarla fare. Il suono del citofono li rimise tutti sull’attenti. 

«Come ho fatto a dimenticarmene. Il servizio da tè nuovo doveva ancora arrivare. Cattiva Talila!» Alison e Ronny si scambiarono per la prima volta uno sguardo complice valutando se intervenire oppure no. «Ally andresti tu ad aprire per favore, così io finisco di incartare questi regali di benvenuto?»

Non se lo fece ripetere due volte, tutto pur di potersi allontanare da quei fiocchetti e quella carta rosa confetto.

«Dove devo firmare?» chiese ancora prima di capire chi fosse il fattorino quando aprì la porta.

«Ma buongiorno.»

Al sentire quella voce il viso di Alison si accigliò automaticamente in un’espressione inviperita.

«Cosa fai, ci perseguiti adesso?»

Il ragazzo scoppiò a ridere.

«Pensi veramente che io non abbia di meglio da fare che seguire un branco di ragazzini viziati?»

«Mattia! Non farmi arrabbiare più del dovuto.» Lo rimbeccò puntandogli un dito contro.

«Guarda che stai facendo tutto da sola.»

Richiamata dal trambusto anche Talila accorse alla porta.

«Ma che cosa sta succedendo? Perché le mie tazze non sono ancora al loro posto? Ciao Mattia.» Lo salutò, mentre le guance le si tingevano di rosso.

«Finalmente qualcuno di educato.» Replicò il giovane appoggiando il pesante scatolone sul pianerottolo.

«Che cosa hai fatto questa volta per renderla coì arrabbiata?» Gli chiese Talila affabile.

«Veramente credo di essere all’oscuro della causa che ha dipinto questa espressione accigliata sul tuo bel visino.»

Talila proruppe in una risatina, ma fu immediatamente fulminata dallo sguardo infuocato dell’amica. 

«Non è divertente!» Li riprese Alison accigliata.

«Questo lo dici tu, la tua amica lo trova molto esilarante.» Le disse ammiccandole e mettendo a dura prova l’autocontrollo della ragazza. 

«Ho firmato, qui ci sono i soldi, contento? Adesso puoi andartene.» E gli chiuse la porta in faccia senza nemmeno salutarlo. «Non guardarmi con quell’espressione.»

«Non te la prendere anche con me, io non ho fatto nulla.» La rimbeccò Talila. «Però sai come la penso sull’argomento. Dovresti darti una calmata con lui Ally.»

Alison distolse lo sguardo dagli occhi dell’amica e raggiunse gli altri senza aggiungere una parola. Nel profondo sapeva che i suoi comportamenti non potevano appellarsi a molte giustificazioni. La sua antipatia aveva come unica causa la consapevolezza che i loro padri non si sopportassero e quella per lei era una ragione più che mai valida per volerlo evitare.

La mattina seguente Alison venne svegliata da uno strillo della madre, trafelata corse in salotto. Era immobile sulla sedia a dondolo con le mani tremanti intorno al giornale aperto sulle ginocchia.

«Sei impazzita? Vuoi farmi prendere un colpo?» Le disse con il cuore che le martellava nel petto.

«Leggi, presto, leggi!» 

Un titolo gigantesco riempiva metà pagina: IL MONDO ANDRA’ IN ROVINA?  L’articolo continuava così: 

Un uomo anonimo ieri sera, si è spinto fino al punto più alto del monte Arco e da esso ha estratto il fantomatico ciondolo sacro della Dea KaFaDia. Non si sa il motivo delle sue azioni, alcuni pensano che sia matto, altri avido di potere, ma la domanda è soltanto una, il mondo andrà in rovina? Gli Dei scateneranno la loro ira su noi poveri mortali? Le leggende parlano chiaro, “se una mano umana il ciondolo toccherà, l’ira della natura quel mondo sovrasterà.

Alison posò sulla madre uno sguardo sconvolto. Chi era stato quel pazzo che aveva osato sfidare la loro Dea?

«Stai tranquilla mamma, lo sai che sono solo leggende.» Disse Alison cercando di tranquillizzarla.

«Sì, certo, hai ragione … non dobbiamo preoccuparci.» 

Anche Clara tentò di mostrarsi forte davanti agli occhi della figlia, ma in fondo al cuore sapeva che non avrebbe mai potuto scacciare i terribili pensieri che le stavano affollando la testa.

«Ragazze, tutto a posto?» Esclamò lo zio Richard non appena entrò in cucina e le vide con quell’espressione tetra.

Clara alzò gli occhi su di lui e gli porse il giornale. Lui lo lesse in silenzio prima di posare un lungo sguardo carico di apprensione su entrambe.

«Cosa si inventano i giornalisti per vendere qualche copia in più.» Esclamò sorridendo forzatamente, ma gli occhi gli saettavano da una parte all’altra della stanza.

Alison non sapeva più che cosa pensare, era una notizia così strana e imprevedibile che quasi non riusciva a coinvolgerla. Era come se fosse al contempo così lontana e così vicina da assorbirla completamente e lasciarla quasi indifferente.

«Hai ragione, non dobbiamo pensarci. Ally che ne dici se oggi facciamo la torta cioccolato e fragole che ti piace tanto?»

«Ottima idea! Io vado a raccogliere le fragole nell’orto» aggiunse lo zio pizzicando le guance della ragazza per farle tornare il sorriso.

«D’accordo.» accettò Alison sforzandosi di quietare l’assordante ronzio della notizia che gli rimbombava nel cervello. Gliel’aveva insegnato sua madre, per quietare i cattivi pensieri bisognava fornirsi zucchero e farina perché nulla era più terapeutico d’infornare un buon dolce. Anche quel giorno Alison dovette darle ragione, perché alla sera, quando cenarono insieme fra chiacchere e un pezzo di torta le sembrò che tutto fosse tornato al suo posto. 

Il giorno seguente Alison si svegliò a causa degli strilloni che per tutte le vie gridavano la stessa notizia:

Edizione straordinaria … Edizione straordinaria, Nella terra della Luce due vulcani hanno eruttato radendo al suolo una città, mentre la Terra dei Sogni è stata colpita da un maremoto che ha distrutto tre paesi, decine di vittime e l’ira degli Dei è solamente all’inizio.” 

Alison si precipitò in salotto. Il leggero profumo di pastafrolla che aleggiava ancora nella cucina le rammentava quanto facesse male il ricordo della piacevole serata che avevano trascorso ancora in qualche modo ignari del pericolo. In piedi in mezzo c’era sua madre atterrita e vicino a lei lo zio, altrettanto sgomentato. 

Tre parole cariche di delusione le rimbombarono nella testa “Era tutto vero”.

Corse più veloce che poté. Era l’unico modo che conosceva per tranquillizzarsi. Però quella volta non fu sufficiente, pesanti lacrime iniziarono a scorrerle copiose lungo le guance. Stava piangendo, lei che si era ripromessa di non soffrire più. Voleva poter decidere, non credere in un destino fatale che non le permettesse di avere via d’uscita.

Nemmeno il battito del cuore ritmato dai passi pesanti sulla terra riusciva a tranquillizzarla. 

Non capiva … era tutto finito? Rimaneva solo una lunga agonia?

Mentre correva sentiva fra le labbra il gusto salato delle lacrime che la facevano rimanere attaccata alla realtà, non lasciandola naufragare in un abisso di terrore. 

Quando arrivò dinanzi alla casa dei Rellak aveva gli occhi rossi e il fiatone, non l’avevano mai vista piangere … era una persona troppo orgogliosa, ma quella volta ad Alison sarebbe dispiaciuto essere consolata dai suoi amici. Li guardò a uno a uno, riprese un minimo di contegno e disse con tutta la forza e la determinazione che riuscì a trovare che i loro sospetti erano fondati, ma che nonostante tutto non si sarebbe arresa perché sapeva che per il suo mondo valeva la pena lottare.

Fine del primo episodio Cacciatrici e Cacciatori di Storie. Secondo voi come andrà avanti il racconto? Vi aspettiamo la prossima settimana per il secondo episodio 😉

P.s. il video della lettura lo trovate nelle IGTV Stories di Instagram!

_Giulia_

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